Di fronte ad un futuro in cui le mappe costiere rischiano di essere ridisegnate dall’innalzamento dei mari, l’architettura è chiamata ad immaginare soluzioni non solo resilienti, ma capaci di convivere con l’acqua. L’architettura anfibia, che prevede edifici in grado di galleggiare in caso di inondazioni o maree estreme, si sta affermando a livello internazionale come una delle risposte più innovative e versatili a questo tipo di cambiamenti climatici e abitativi.
Dall’Olanda all’Asia: un panorama internazionale in evoluzione
Quando si parla di architettura anfibia non si può non parlare di un vero e proprio movimento globale che, pur declinandosi in forme differenti, è mosso da una visione comune: trasformare l’acqua da minaccia a risorsa.
Nei Paesi Bassi, dove il rapporto con l’acqua è storicamente parte integrante della cultura del costruire, si sperimentano da tempo modelli di quartieri galleggianti che si adattano dinamicamente ai livelli fluviali. Lo studio Waterstudio.NL, tra i protagonisti di questa trasformazione, ha concepito veri e propri ecosistemi urbani mobili, capaci di coesistere con l’elemento acquatico in modo strutturale e armonico. Parallelamente, anche in contesti meno sviluppati economicamente, come il Bangladesh, emergono soluzioni fondate sulla stessa logica di adattamento. A Dhaka, capitale cingalese densamente popolata e regolarmente colpita da inondazioni, le scuole galleggianti costruite con materiali locali e riciclati garantiscono l’accesso all’istruzione anche durante la stagione delle piogge. Così, l’architettura diventa strumento di equità sociale oltre che ambientale.
In Asia sudorientale, l’approccio anfibio si sta progressivamente inserendo anche nelle strategie urbanistiche nazionali. Indonesia e Filippine, ad esempio, stanno ridefinendo i propri piani regolatori in aree costiere e deltaiche, prevedendo l’integrazione di edifici galleggianti all’interno di sistemi insediativi resilienti. In questi contesti, l’architettura diventa parte attiva nella costruzione di città climaticamente adattate, capaci di rispondere a fenomeni sempre più estremi.
In Regno Unito, infine, la “Amphibious House” firmata da Baca Architects è arrivata a rappresentare un modello emblematico e replicabile di integrazione tra ingegneria, paesaggio e abitabilità. Affacciata sul Tamigi, questa casa è progettata per comportarsi come una zattera durante le piene, pur mantenendo un’impronta residenziale del tutto ordinaria in condizioni normali.
Al di là delle specificità locali, ciò che accomuna queste esperienze è una visione ecologica del costruire: l’acqua non è più vista come un nemico da contenere, ma come un elemento con cui negoziare nuove forme di convivenza. Questa prospettiva si traduce in soluzioni progettuali che mirano a preservare il paesaggio, ridurre gli scavi invasivi e favorire la biodiversità.
L’Italia e il potenziale sommerso delle acque interne
E in Italia? Nonostante la vasta presenza di zone lagunari, fluviali e costiere soggette a rischio idraulico (dal delta del Po alla laguna di Venezia, passando per le aree costiere del Sud), l’architettura anfibia stenta ancora a decollare come pratica diffusa. Tuttavia, l’interesse sta crescendo. Studi di progettazione come TAMassociati e Stefano Boeri Architetti hanno iniziato a includere componenti galleggianti nei loro masterplan per aree vulnerabili. In ambito accademico, università come IUAV e Politecnico di Milano stanno sviluppando ricerche sulle strategie abitative resilienti.
Il nodo centrale resta l’adeguamento normativo: in Italia, il Codice delle Costruzioni e i regolamenti edilizi comunali non contemplano esplicitamente la classificazione e la regolamentazione delle strutture anfibie. La mancanza di una categoria urbanistica definita, unita alle difficoltà di accesso ai finanziamenti e alle autorizzazioni ambientali, limita lo sviluppo di questo tipo di edilizia innovativa.
Per una casa a prova di galleggiabilità servono: leggerezza, durabilità e adattabilità
Ma cosa serve perché una struttura venga catalogata come architettura anfibia? Sicuramente la scelta di materiali specifici che garantiscano leggerezza, resistenza all’acqua e capacità di adattarsi nel tempo. Si tratta di un equilibrio sottile tra ingegneria, sostenibilità ambientale e identità del luogo. Il primo elemento cruciale è ovviamente la galleggiabilità. Per costruzioni che devono potersi sollevare in presenza di acqua e ritornare in posizione quando questa si ritira, è necessario impiegare materiali leggeri ma strutturalmente stabili. Una delle soluzioni più diffuse è l’utilizzo di pontoni galleggianti in cemento alleggerito, polistirene espanso o polietilene ad alta densità, spesso incapsulati in casseforme resistenti. Questi elementi fungono da base flottante e vengono ancorati verticalmente per permettere movimenti sicuri e controllati.
Quando il progetto prevede componenti a diretto contatto con l’acqua, entrano in gioco materiali resistenti all’umidità e alla corrosione, come il legno marino (trattato con oli naturali o resine), acciai zincati o inox per i telai strutturali, e composti plastici ad alta durabilità per passerelle e connessioni. In alcune realizzazioni, il bambù ingegnerizzato viene scelto non solo per la sua leggerezza e flessibilità, ma anche per la sua disponibilità locale in contesti tropicali o asiatici.
Un ruolo crescente è giocato dai materiali riciclati, specie nella progettazione modulare: il progetto danese Land on Water, ad esempio, impiega moduli prefabbricati composti da plastica rigenerata, facilmente trasportabili, assemblabili a secco e completamente smontabili, secondo una logica circolare.
Anche la bioedilizia trova spazio nell’architettura anfibia. In contesti a bassa tecnologia, come in alcune zone del sud-est asiatico o del Sudamerica, si impiegano materiali naturali locali come il giunco, il fango stabilizzato, il sughero o le canne palustri, che garantiscono isolamento termico, permeabilità e basso impatto ambientale. In questi casi, la resistenza alla variazione del livello idrico viene garantita più dalla flessibilità del sistema costruttivo che dalla rigidità dei materiali.
In chiave contemporanea, molti progetti integrano anche materiali compositi intelligenti: pannelli isolanti ad alta efficienza, membrane impermeabili traspiranti, tecnologie fotovoltaiche galleggianti, e sistemi di raccolta dell’acqua piovana integrati nella struttura stessa.
Costi e fattibilità: un’utopia possibile?
I costi delle abitazioni anfibie variano notevolmente in base al contesto. In Europa, una casa anfibia può costare il 10-20% in più rispetto ad un’abitazione tradizionale, principalmente per la componente ingegneristica (sistemi di galleggiamento, guide verticali, ancoraggi, connessioni flessibili).Tuttavia, questi costi possono essere ammortizzati grazie alla riduzione dei danni da alluvione e alla possibilità di insediarsi in aree fino ad ora considerate “non edificabili”. Esistono inoltre opportunità legate al turismo sostenibile, come dimostrano i numerosi eco-resort galleggianti in Scandinavia e Sud-Est asiatico, che uniscono architettura, ecologia e innovazione.
In un mondo dove l’acqua ridefinisce i confini del vivere, l’architettura anfibia ci invita ad immaginare l’abitare in maniera più flessibile, con paesaggi più porosi e città capaci di galleggiare, senza smettere di appartenere alla terra.