Rispondere alle sfide della transizione ecologica, soprattutto in un comparto energivoro e inquinante come quello dell’edilizia, non è mai cosa semplice. Eppure esistono soluzioni, tanto semplici quanto efficaci, come la filiera corta, che ci offrono una soluzione non solo sostenibile, ma anche strategica per aumentare efficienza, valore e resilienza in un comparto che potrebbe rappresentare un importante traino per l’industria del futuro. Applicata da tempo al mondo agroalimentare, dove ha dimostrato la sua efficacia nel valorizzare il territorio e ridurre l’impatto ambientale, la filiera corta trova oggi terreno fertile anche nel settore delle costruzioni, dove la distanza tra il luogo di produzione e quello di impiego di un materiale può fare la differenza tanto in termini economici quanto ambientali, ma anche culturali e sociali.
Parlare di filiera corta in edilizia significa immaginare un sistema in cui le materie prime, la manodopera, la trasformazione industriale e il cantiere finale si trovino all’interno di un raggio relativamente contenuto, così da minimizzare trasporti, sprechi e intermediazioni superflue. Significa, in altre parole, costruire non solo con attenzione all’ambiente, ma anche con una maggiore consapevolezza del contesto in cui si opera. È proprio in questa logica che si colloca il crescente interesse, da parte di imprese, enti pubblici e progettisti, verso l’uso di materiali locali, l’integrazione tra fornitori regionali e la promozione di reti produttive di prossimità, capaci di offrire maggiore controllo sulla qualità, sui costi e sui tempi.
L’edilizia a km zero come forma di emancipazione territoriale
Un sistema edilizio fondato su risorse locali e su processi produttivi di prossimità non solo favorisce il risparmio economico ma assicura anche affidabilità e sostenibilità. Dal punto di vista ambientale, i benefici sono evidenti e misurabili. Riducendo i trasporti su lunga distanza, infatti, si riduce in modo significativo il consumo di carburanti fossili e, di conseguenza, le emissioni di CO₂ e di particolato. Diminuisce anche l’uso di imballaggi e materiali accessori, spesso necessari per movimentare merci su gomma o via mare, e si semplificano le fasi di stoccaggio e movimentazione, con una conseguente razionalizzazione dell’intero ciclo di vita del prodotto. Ma i vantaggi non finiscono qui; quando si scelgono materiali autoctoni, si adottano soluzioni che spesso sono già adattate, per natura o per tradizione, al clima, alla morfologia e alla cultura costruttiva di un determinato territorio. Il legno di una valle alpina, ad esempio, sarà probabilmente più idoneo a sopportare escursioni termiche elevate e carichi di neve abbondanti rispetto a legnami provenienti da zone temperate. Allo stesso modo, l’uso di argille locali per produrre laterizi o intonaci può garantire prestazioni igrotermiche migliori e una più naturale armonia con l’architettura vernacolare.
Da un punto di vista sociale, inoltre, una filiera radicata in un territorio, non solo genera lavoro, ma trattiene competenze, attiva filoni formativi, stimola innovazione artigianale e industriale, e contribuisce a costruire una comunità più solida, più consapevole e meno dipendente da dinamiche globali fuori controllo. In molte aree montane o interne, storicamente marginalizzate dai processi di industrializzazione centralizzata, la creazione di micro-filiere locali può fare la differenza tra l’abbandono e la rinascita. Utilizzare il legno dei boschi vicini, lavorarlo in una segheria della valle, trasformarlo in elementi strutturali o arredi da parte di imprese locali significa trasformare una risorsa naturale in valore condiviso, in modo circolare e sostenibile. La filiera corta diventa così, anche uno strumento di adattamento ai cambiamenti in atto, siano essi climatici, economici o demografici. Una comunità che riesce a soddisfare parte dei propri bisogni edilizi con risorse proprie sarà meno esposta alle crisi globali, più autonoma nelle scelte progettuali, più coesa nel progettare il proprio futuro. In definitiva, ridurre le distanze significa restituire senso alla parola “costruire”. Significa costruire non solo edifici, ma legami. Non solo infrastrutture, ma strutture di significato. Un modo di edificare che, proprio perché parte da vicino, guarda più lontano.
L’economia di prossimità fa gola alle PMI italiane
In Italia è la Sardegna a fare scuola con un recente studio, pubblicato su Sustainability infatti, che ha analizzato la possibilità di sviluppare una filiera del legno strutturale interamente basata su risorse locali. A partire dalla gestione forestale del patrimonio boschivo sardo fino alla realizzazione di pannelli CLT (Cross Laminated Timber), i ricercatori hanno dimostrato come sia possibile produrre componenti strutturali ad alte prestazioni con legname autoctono, ottenendo risultati paragonabili, in termini di resistenza meccanica, a quelli dei prodotti importati da Austria o Germania, ma con un’impronta ecologica decisamente inferiore.
I benefici riscontrati non si sono limitati all’ambiente: la riduzione dei costi di trasporto, stimata intorno al 20-25%, e la creazione di opportunità occupazionali sul territorio si sono rivelati indicatori chiari di come la filiera corta possa costituire anche un volano economico per le aree interne e marginali. Tutto questo a patto che vengano colmate, ove presenti, le lacune strutturali che riguardano la carenza di impianti per la lavorazione avanzata o l’assenza di un sistema di certificazione dei materiali e che richiedono investimenti pubblici mirati e una strategia a lungo termine.
In generale, chi si affida alla filiera corta esce vincente dal rapporto costi/benefici. Secondo un’indagine condotta da Impreseterritorio.org, le imprese che adottano questo modello registrano un abbattimento dei tempi di approvvigionamento fino al 40% e una riduzione significativa dei costi legati alla logistica. A ciò si aggiunge un aumento della qualità percepita del prodotto finito, che spesso si traduce in un vantaggio competitivo sul mercato. Non solo, questo sistema, oltre ad essere economicamente conveniente, ha il merito di rafforzare i legami tra edilizia, territorio e comunità, non limitandosi a costruire spazi fisici, ma contribuendo anche a costruire senso e appartenenza.
Non è un caso, quindi, che molte piccole e medie imprese italiane, soprattutto quelle che operano in territori ad alta vocazione artigianale o montana, stiano riconvertendo le proprie attività in chiave territoriale. In diversi distretti, dal Piemonte al Molise, dalla Basilicata al Friuli-Venezia Giulia, si moltiplicano i casi di aziende che producono mattoni in terra cruda locale, isolanti in fibra vegetale coltivata in loco, oppure che recuperano e trasformano direttamente in cantiere i materiali di risulta.
Capire che un comparto come quello dell’edilizia, che rappresenta il 22% del PIL italiano e che nel 2023 ha superato i 624 miliardi di euro di produzione annua (secondo Federcostruzioni), deve scommettere sulla filiera corta e affidarsi alle risorse umane e materiali del proprio territorio è il primo passo per per affrontare con efficacia le sfide del presente e diventare un player ancora più competitivo su scala globale.